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 Cultura e formazione: ecco perché l’ora di religione non mette in discussione la laicità dello stato

 

La Cub Scuola, nelle vesti del suo Coordinatore Nazionale Cosimo Scarinzi, ha firmato un comunicato volutamente polemico pubblicato da Orizzonte Scuola il 12 aprile u.s., evidenziando le difficoltà che si presenteranno in chiusura di anno scolastico, quando anche gli insegnanti di religione, che fanno parte dei consigli di classe, saranno chiamati ad essere presenti nelle Commissioni d’esame di terza media.
 
Le norme attuali (D.lgs n. 62/2017, DM n.741/2017 e la nota 1865/2017), difatti, stabiliscono che le commissioni d’esame siano composte da tutti i docenti assegnati alle terze classi, compresi gli idr, sebbene l’insegnamento della religione non sia materia di esame.
 
Leggendo il comunicato, ci teniamo a precisare che siamo noi i primi ad essere consapevoli di tali difficoltà, determinate dal fatto che gli insegnanti di religione hanno un numero considerevole di classi (nella scuola secondaria ben 18 classi), conseguenza dell’attribuzione a tale disciplina di una sola ora settimanale. Non ci troviamo invece d’accordo con le tesi sostenute dal Dott. Scarinzi, che facendosi paladino di un’idea di scuola libera e laica, definisce l’insegnamento della religione “anomalo” in quanto gestito non dall’amministrazione pubblica ma dalla Chiesa Cattolica e dunque non idoneo ad avere “una rilevanza formale pari a quella delle materie insegnate da docenti formati e selezionati dalla scuola stessa”.
 
A tal proposito, è bene ricordare che l’Irc trova spazio nella scuola per via un riconoscimento oggettivo da parte dello Stato, che lo considera portatore di grande forza educativa, nonché di contenuti culturali e formativi della persona, al pari delle altre discipline.
Ancora una volta si parte da un vizio di fondo: quello di equiparare l’ora di religione a un’ora di catechesi, invece di considerarla per quello che è, ossia un’ora di formazione culturale indispensabile per cogliere aspetti fondamentali della vita, dell’arte, delle tradizioni del nostro Paese e anche per poter meglio confrontarsi con altre religioni e altre tradizioni.
 
Il fatto che i contenuti relativi ai testi e alla storia della confessione cristiano-cattolica, vengano insegnati da un docente riconosciuto idoneo e proposto dall'autorità ecclesiastica, secondo programmi e libri di testo controllati dalla stessa autorità, non può che rappresentare per i nostri studenti una garanzia di maggiore serietà nella gestione di un insegnamento che indaga gli aspetti fondamentali dell’esistenza.
 
Non è in discussione la laicità dello Stato, come paventato dalla CUB Scuola, ma si tratta di offrire agli studenti gli strumenti culturali sufficiente per comprendere la realtà che li circonda, soprattutto in questo momento in cui la dimensione multietnica e multiculturale della società futura impongono una riflessione alla quale il mondo scolastico non può sottrarsi.

 

Sarebbe invece auspicabile che all’insegnamento della religione, in tal modo inteso, fossero attribuite almeno due ore settimanali e che fosse normalmente inserita tra le materie d’esame. Soltanto in questo modo si potrebbe ulteriormente valorizzare il ruolo degli insegnanti di religione nel quadro delle attività didattiche e formative della scuola, anche in considerazione delle finalità dell’esame di Stato che, oltre a verificare le conoscenze, valuta anche le abilità e le competenze acquisite dall'alunna o dall'alunno al termine del primo ciclo di istruzione.
 
Orazio Ruscica
Segretario Nazionale Snadir 
 
Professione i.r.-14 aprile 2018, h. 8.00